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Giuseppe Biancheri
I Biancheri a Ventimiglia
Biancheri è
uno dei cognomi più diffusi a Bordighera
e proprio da questa città proviene la famiglia dell’On. Giuseppe.
A Bordighera il cognome è presente
da più di cinque secoli: tra le trentun famiglie che nel
1470 si riunirono a Borghetto San Nicolò per sottoscrivere l’atto
di fondazione della città, ve ne erano ben cinque che portavano
il cognome Jancherius, da cui deriva quello attuale. Con la stessa denominazione
si ritrova in atti successivi (nel 1471, nel 1490 e nel 1551) ed è
presente fin dal Cinquecento anche a Camporosso
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Nel XVII secolo il cognome da Jancherius
diventa Bianchero e continua ad essere citato in atti pubblici
della città di Bordighera (nel 1683 e nel 1686).
Presso l’Archivio della Curia Vescovile di Ventimiglia sono conservati
alcuni documenti risalenti al 1678 che rievocano un fatto accaduto a Bordighera
in quell’anno: il Capitano di Ventimiglia vi si recò per
catturare un pericoloso bandito, ma questi si rifugiò nella chiesa
e riuscì ad ottenere la protezione dell’Abate Rolando. In
seguito al contrasto sorto tra le autorità e l’abate fu fatto
un processo durante il quale testimoniò anche un certo Andrea
Biancheri di Bordighera che era stato inviato a Ventimiglia a reclutare
uomini armati per catturare il bandito.
Alla fine del Settecento, durante i disordini scoppiati a Ventimiglia,
tra i Magnifici e il partito rivoluzionario dei patrioti, si distinsero,
tra questi ultimi, i fratelli Biancheri
che furono catturati ed imprigionati.
E’ molto probabile che fra tutti i personaggi citati vi sia qualche
antenato di Giuseppe Biancheri o qualche appartenente allo stesso ramo
della sua famiglia che fin dall’inizio del Settecento si era stabilita
a Ventimiglia; il primo documento che lo attesta è un
atto rogato a Ventimiglia nel 1772, in cui, in riferimento ad Andrea
Biancheri, bisnonno di Giuseppe, si dice che fosse “…del luogo
della Bordighera e da anni abitante nella presente città.”
Il padre di Giuseppe Biancheri, Andrea Biancheri
(1792 - 1844), era iscritto alla
Giovine Italia e a Genova, durante un pranzo cui partecipavano
molti adepti del movimento mazziniano, aveva conosciuto Giovanni
Ruffini che aiutò nel 1833, quando dovette fuggire in Francia.
A Ventimiglia era una persona stimata ed
autorevole: intelligente, di belle maniere, dilettante di musica
(sapeva suonare discretamente il clarinetto), aveva saputo conquistarsi
non poche simpatie ed eludendo abilmente qualunque sospetto potesse derivargli
dalle sue opinioni politiche, annoverava tra i suoi migliori amici le
principali autorità della città.
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